mercoledì 4 maggio 2016

Solo una questione di apostrofi: la bellezza dell'asimmetria...

Di solito apprezziamo gli oggetti simmetrici perché esteticamente piacevoli. Ma se la musica fosse del tutto simmetrica non evolverebbe. Sarebbe sempre la stessa, come un'immagine riflessa allo specchio. Invece, in ogni buona musica c'è sempre una piccola asimmetria che si riverbera per produrre modalità armoniche, melodiche e ritmiche sempre diverse. Lo stesso vale per il cosmo intero: da piccole disomogeneità nascono mondi conosciuti e sconosciuti.
La vita stessa è asimmetrica, come la musica. Essa potrebbe essere il risultato di piccole fluttuazioni del caso (del caos?) o della necessità. Perfino l'acqua, considerata la sostanza fondamentale della vita, è asimmetrica per via delle cariche altrettanto asimmetriche presenti sugli atomi di idrogeno e di ossigeno.
Anche la matematica evolve per rottura di simmetrie: se un teorema diretto è vero, non è detto che sia vero anche il teorema inverso.
La simmetria è bella. L'asimmetria lo è di più.

Rugosità!

"In natura, quasi tutte le forme sono rugose. Hanno aspetti squisitamente irregolari e frammentati, non solo più elaborati della meravigliosa antica geometria di Euclide, ma molto più complessi. Per secoli l'idea di misurare la rugosità è stato un sogno vano. Ė uno dei sogni a cui ho dedicato tutta la mia ricerca scientifica."

Benoît B. Mandelbrot, "La formula della bellezza"



















Zero

Mi ergo su uno strano simbolo, che ancora non esiste. A sinistra del simbolo, che ancora non esiste, vedo in lontananza millenni sconfinati, fiumi straripanti, immensi deserti, oasi lussureggianti, argille e papiri, e numeri. Tanti numeri. Numeri per mercanti, sacerdoti, calendaristi, agrimensori e cultori degli astri. Vicino allo strano simbolo, che ancora non esiste, vedo una civiltà che usa i numeri come entità geometriche per costruire modelli di pensiero raffinati e duraturi. Vedo rette e parti di rette, proporzioni, teoremi e dimostrazioni, e vedo epicicli, deferenti, equanti, eccentrici. Vedo Talete e Anassimandro, Platone e Aristotele, Euclide e Aristarco. Ma non vedo il simbolo. Già, ci sono seduto sopra e non è ancora giunto da quelle parti. Almeno come lo conosco io.
Allora mi ergo sul simbolo, che ancora non esiste. A destra del simbolo, che ancora non esiste, vedo in lontananza secoli sconfinati e numeri. Tanti numeri. Numeri per mercanti, sacerdoti, ecc. Vicino allo strano simbolo, che ancora non esiste, vedo Tolomeo e Ipazia. Poi mi accorgo che è crollata una civiltà. Rimangono immensi deserti. E restano i numeri. Del simbolo sul quale mi ergo nessuna traccia. Il nulla.
Alla fine, prolungando lo sguardo lo vedo. Il mio simbolo. Secoli sconfinati e numeri. Tra cui, finalmente, il mio numero. Il mio simbolo.
Lo zero.

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